Kenya, dall’abolizione della plastica alla nuova cultura del riciclo e le start up

Quando ha mosso il primo passo sul sentiero che avrebbe dato al Kenya la legge più restrittiva al mondo sull’uso delle buste di plastica, James Wakibia lavorava in un negozio di computer e cercava di affermarsi come fotografo. Viveva a Nakuru e ogni giorno passava di fronte alla discarica di Gioto: era al limite della capienza, traboccava di rifiuti che il vento e le piogge portavano in mezzo alla strada e facevano volare sugli alberi. La decisione che cambierà la sua vita è quella di chiedere al governo locale di chiudere la discarica e di motivare la richiesta con una campagna fotografica, nella sua comunità e sui social media.

E’ il 2013: su Twitter, utilizzando #ISupportPlasticBanKE come hashtag, inizia a pubblicare foto dell’invasione di spazzatura. C’è quasi solo plastica, si accorge, quasi solo sacchetti – leggerissimi, diffusissimi e gratuiti, buttati senza rimpianti nei fiumi, nei parchi naturali, pronti ad intasare il sistema fognario. All’epoca – dicono i dati ONU – ogni anno, solo dai supermercati del Kenya uscivano 100 milioni di shopper. “In quel momento ho capito il pericolo che arrivava dalla plastica – racconta Wakibia oggi, a 7 anni di distanza – e la necessità di eliminarla in modo radicale dalle nostre vite”. Inizia a dedicare la sua vita a questa causa finchè, due anni dopo, arriva la svolta: l’allora ministro per l’Ambiente, Judi Wakhungu, twitta, “#ISupportPlasticBanKE e inizia a lavorare perchè da trending topic diventi legge.

Si innesca così il processo che il 27 agosto del 2017 trasforma il Kenya in un Paese in cui le buste di plastica sono vietate in tutta la filiera, dal produttore al consumatore, con le sanzioni più dure mai entrate in vigore: multe fino a 38,835 dollari, carcere fino a quattro anni. Non è il primo Paese a farlo (basti pensare al Rwanda dove i prodotti non biodegradabili sono banditi dal 2008), ma di sicuro è diventato un modello dentro e fuori dall’Africa.

“E’ tossica – è il commento diventato virale di Judi Wakhungu – [la plastica] arriva nelle nostre acque, viene ingerita dal bestiame e persino da noi esseri umani”. Da quel giorno ad oggi il Kenya ha cambiato volto: “Le buste di plastica sono praticamente scomparse dalle strade e dai luoghi naturali, si vede a occhio nudo – spiega Wakibia – e quel che è più importante è che anche le persone stanno modificando il loro stile di vita”.

Da quando non si producono né importano i sacchetti monouso, le comunità locali si impegnano per trovare alternative sostenibili, conferma Amos Wemanya di Greenpeace Africa: “Penso alle donne che hanno ripreso a tessere le kiondo bags (ndr: borse e cesti tradizionali di sisal) per sostituire la plastica o ai giovani che producono cannucce di bambù”. Non ci sono ancora dati ufficiali sull’impatto della legge ma David Ongare, direttore di Nema (l’agenzia governativa per l’ambiente) lo ha misurato con alcuni esempi: “I pescatori trovano pochissime buste impigliate nelle loro reti, se prima tre animali macellati su dieci avevano plastica nello stomaco, ora siamo scesi a uno solo”. Se da un lato non sono mancate le critiche degli imprenditori di KAM (Kenya Association of Manufacturers) – che accusano il governo di mettere a rischio almeno migliaia di posti di lavoro – dall’altro la nuova legge ha favorito la nascita di start up innovative e a basso impatto ambientale. Molte nascono dall’idea di una persona sola, come nel caso della scienziata ambientale Hope Mwanake, fondatrice della prima azienda del Paese che produce tegole e piastrelle dai rifiuti di plastica. Altre, invece, danno lavoro a centinaia di persone e puntano a cambiare le abitudini della popolazione. E’ il caso di Taka Taka Solutions (termine Swahili che significa immondizia): un servizio di privato di raccolta differenziata porta a porta. Si paga un canone mensile (molto basso, varia a seconda che si tratti di abitazioni private o esercizi commerciali) e al momento ha un’estensione a macchia di leopardo –è una sorta di modello, di sprone, per implementare un servizio di questo tipo su larga scala servirebbero fondi e infrastrutture pubblici, basti pensare al parco camion o agli impianti. L’obiettivo è duplice: riciclare i rifiuti, ovviamente, ma anche creare una cultura del riciclo, tramite informative e competizioni di vicinato. Taka Taka – come altre start up di questo tipo – dà lavoro ad ex raccoglitori informali, evita le discariche e passa per impianti propri di separazione dove il 95% dei rifiuti viene riciclato (dati forniti dall’impresa) e la parte organica diventa compost per gli agricoltori locali. Percorsi decisamente virtuosi ma, sottolinea Wemanya guardando al futuro, quello che può fare la differenza è un cambiamento radicale delle multinazionali: “I colossi come Coca Cola o Pepsi si nascondono dietro falsi progetti di riciclo che non sradicano il problema – spiega – dovrebbero investire nella ricerca, per trovare alternative davvero sostenibili, e puntare su riutilizzo e re-fill ”. Ci sono dati – quelli raccolti per il 2019 da Break Free From Plastic – che le inchiodano alle loro responsabilità: Coca Cola produce 200 mila bottiglie al minuto, l’equivalente di 3 milioni di tonnellate di plastica all’anno, è la multinazionale più inquinante del mondo. Seguono Nestlé e PepsiCo, i loro contenitori vuoti hanno invaso anche le zone che vorrebbero incontaminate.

Bisogna cancellare la narrativa promossa per decenni dalla grande industria “e cioè che la plastica monouso è una soluzione economica – continua Wemanya – perchè è falso dal punto di vista olistico e mette a rischio il nostro futuro”.

La stessa direzione verso cui guarda il presidente Uhuru Kenyatta che ha annunciato ulteriori restrizioni: a giugno 2020 entrerà in vigore il divieto di usare plastica monouso nei parchi naturali e nelle riserve protette. Un’iniziativa che trova un consenso molto ampio da parte della società civile e delle organizzazioni ambientaliste. Greenpeace Africa spera in un regolamento chiaro che ne faciliti l’implementazione mentre James Wakibia – che da tempo lavora insieme ad una rete transnazionale di attivisti – ha una lista di prodotti che vorrebbe far scomparire: gli imballaggi per il pane, le cannucce, le bottigliette e le posate di plastica. Un progetto per cui, ovviamente, ha già pronto un nuovo hashtag: #LessPlasticIsFantastic.

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(per le espressioni in grassetto, in ordine di apparizione)


Veronica Fernandes

Rainews 24, journaliste (Affaires étrangères)