African Continental Free Trade Area (AfCFTA): un passo storico verso l’integrazione politica africana

Al termine di complessi negoziati, avviati ad Addis Abeba nel gennaio del 2012 e proseguiti, in particolare, tra 2015 e 2018, l’accordo è stato firmato dai rappresentanti di 44 stati africani riuniti a Kigali, in Rwanda, nel marzo del 2018, accanto alla Dichiarazione di Kigali e a protocolli per la regolamentazione della libera circolazione di persone, beni e servizi e la risoluzione delle dispute. Un ruolo fondamentale di mediazione tra le diplomazie continentali è stato giocato da alcuni capi di stato africani, tra cui il nigerino Mahamadou Issoufou e il rwandese Paul Kagame, e soprattutto dall’attuale Presidente della Commissione dell’Unione Africana (UA), Moussa Faki Mahamat.

Il 7 luglio, in occasione di un summit dell’Unione Africana a Niamey, è stata ufficialmente avviata la fase operativa dell’accordo che disciplina l’istituzione di un’area di libero scambio continentale in Africa, l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). Siglato da 54 Stati su 55, l’accordo consentirà di dare slancio al commercio intra-africano e, auspicabilmente, porre le basi per una crescita più sostenibile, creando occupazione, generando reddito, riducendo la dipendenza delle economie continentali dall’esportazione di materie prime e prodotti agricoli, migliorandone la competitività. Obiettivo ultimo, fissato tra le priorità dell’Agenda 2063 dell’UA, sarà la creazione di una comunità economica e di un’unione monetaria continentale.

L’entrata in vigore dell’AfCFTA è avvenuta, formalmente, il 30 maggio 2019, in seguito al deposito presso la Commissione UA del ventiduesimo strumento di ratifica da parte degli Stati firmatari (29 aprile). A luglio, la principale economia africana, la Nigeria, e il Benin, tra gli ultimi Stati a rimanere esclusi dall’AfCFTA, hanno firmato l’accordo: ad oggi, la sola Eritrea di Isaias Afewerki – il cui regime appare sempre più isolato, nonostante la distensione delle relazioni con Addis Abeba – resta fuori dall’area di libero scambio.

La presenza, in Africa, di comunità economiche sub-regionali (RECs) particolarmente avanzate, in termini di integrazione politica – dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) alla Comunità di Sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) – ha dato grande impulso ai processi negoziali che hanno condotto all’adozione dell’area di libero scambio più grande al mondo per numero di Stati aderenti (eccezion fatta per la World Trade Organization).

L’AfCFTA copre un mercato continentale di più di 1,2 miliardi di persone – stimate in 2,5 miliardi nel 2050 – e un prodotto interno lordo combinato di 3.400 miliardi di dollari circa. Secondo le previsioni, l’entrata in vigore dell’area di libero scambio garantirà un incremento del 52% del commercio intra-africano, oggi fermo a un deludente 16-17% del totale degli scambi commerciali, di gran lunga inferiore al 67% dell’export intra-europeo. Vista con interesse dai principali partner economico-commerciali degli Stati africani, su tutti Cina e Unione Europea, l’adozione dell’AfCFTA incoraggerà un aumento del volume dei flussi di investimento nel continente, in ragione di una maggiore propensione a investire in un mercato continentale fortemente integrato, a fronte di importanti prospettive di crescita e sviluppo. L’accordo prevede l’eliminazione progressiva, in un arco di tempo di cinque anni, delle barriere doganali sul 90% circa delle merci e dei servizi oggetto di scambio intra-continentale, preservando (provvisoriamente, in alcuni casi) i dazi sul restante 10%, in ragione della particolare vulnerabilità o dell’importanza strategica di alcuni settori economici per le economie continentali.

Restano innegabili alcuni limiti di fondo, a definire le sfide politiche che gli Stati del continente dovranno affrontare negli anni a venire, e che rendono forse le previsioni sul breve periodo troppo ottimistiche. I deficit infrastrutturali, che ad oggi hanno gravemente limitato le prospettive di incremento degli scambi intra-continentali, richiederanno interventi profondi per rendere economicamente sostenibile e materialmente agevole il trasporto e lo stoccaggio delle merci. I regimi tariffari dovranno essere armonizzati. Investimenti massicci nei settori agricolo e industriale risulteranno imprescindibili, così come la spinta in direzione di una maggiore diversificazione dei sistemi produttivi nazionali, che riduca la vulnerabilità delle economie africane alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime. I rischi di distorsioni prodotti dall’afflusso di merci a basso costo originate all’esterno del continente e fatte circolare grazie ad accordi bilaterali (dumping) dovranno essere scongiurati, attraverso l’adozione di stringenti regole d’origine e la rigorosa classificazione di prodotti ‘made in Africa’. Allo stesso modo, il rischio di fare dell’area di libero scambio uno strumento di rafforzamento dell’egemonia di alcuni player regionali – la Nigeria in Africa occidentale o il Sudafrica in Africa australe – dovrà essere limitato mediante l’adozione di correttivi.

Il successo dell’iniziativa di integrazione politico-economica del continente, dunque, non è scontato. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito l’entrata in vigore dell’AfCFTA un potenziale ‘game changer’ per l’Africa:

l’integrazione economico-commerciale nel continente potrebbe, secondo l’istituzione internazionale, dare impulso allo sviluppo africano, favorendo “la specializzazione nelle produzioni di beni e servizi per i quali gli Stati conservano un vantaggio comparativo e lo sfruttamento delle economie di scala”, per stimolare, in ultima istanza, produttività e crescita diffusa.

Al contempo, però, il rischio è che, in assenza di correttivi che limitino possibili effetti moltiplicatori delle disparità regionali, alcune economie – e alcuni settori – beneficino più e meglio dell’integrazione continentale, a discapito di economie più fragili e meno diversificate. E che anche all’interno dei diversi Stati possano ampliarsi disuguaglianze sociali ed economiche, con riguardo soprattutto alle economie specializzate nell’esportazione di manifatture. Nei prossimi anni, l’AfCFTA richiederà una decisa volontà politica degli Stati aderenti, nonché una corretta implementazione, affinché gli effetti virtuosi previsti possano effettivamente tradursi in crescita, sviluppo sostenibile, occupazione e riduzione della povertà.


Camillo Casola

Associate research fellow presso ISPI Africa programme. Dottore di ricerca in Studi internazionali (storia e istituzioni africane) presso l'Università di Napoli "L'Orientale".