Fast to Lean Society: la svolta della moda etica fra Italia e Burkina Faso

La moda è sempre stata uno strumento di comunicazione, che si è manifestato nell’elaborazione di codici stilistici e nell’esternazione della diversità di singoli e di intere generazioni. Storicamente – e non solo all’interno delle narrazioni sul costume e lo stile – si possono riscontrare le contaminazioni velate della moda e il suo posizionamento quale forza motrice di cambiamenti. Un’arte che non trova, né necessita una definizione propria e definitiva.

Oggigiorno si parla tanto di “moda etica”, un fenomeno in espansione che va di pari passo alla svolta sostenibile che l’umanità sembra essere pronta a percorrere. Quello dell’approccio etico nella moda si inquadra come la necessità di rappresentare in maniera tangibile questi nuovi o riscoperti valori, esigenze e abitudini, che interessano il processo di lavorazione della materia prima (la filiera tessile, il settore chimico etc.) e le condizioni degli operatori nel settore, oltre a una totale riconsiderazione dell’impatto che il fashion ha sull’ambiente. Siamo dunque nell’era della sostenibilità, urgenza da un lato e (forse) trend dall’altro, concetto che con forza si sta imponendo come stile di vita nei meccanismi di quella che mi piace definire fast to lean society: un approccio caratterizzato dallo spostamento dal quantitativo (fast fashion) al qualitativo, dove lo snellimento nella quantità favorisce un maggior rispetto dei criteri “green” (lean society).

La globalizzazione ha toccato anche le economie più lontane e arretrate, stiamo assistendo a nuove forme di integrazioni economiche che necessitano di essere regolarizzate e uniformate agli standard internazionali, al fine di divenire attori pronti a competere nei mercati già attivi e abituati a un determinato funzionamento. Diversi player nazionali e internazionali si sono interessati al tema della sostenibilità e stanno studiando e implementando diversi sistemi in grado di rispondere ai concetti legati all’economia circolare, un’economia pensata per auto-rigenerarsi in cui i flussi di materiali possano reintegrarsi nella biosfera o essere ri-valorizzati e reintrodotti in successivi cicli produttivi, riducendo così al massimo gli sprechi.

È in questo quadro complesso che si situa la svolta etica che la moda sta compiendo, e lo fa guardando a tanti paesi che sono rimasti per troppi secoli fuori dai circuiti del mercato globale. Non è un mistero che l’Africa è il continente a cui soprattutto dagli anni Novanta il fashion italiano rivolge il suo sguardo – nonostante dalle prime contaminazioni sia emerso un evidente limite legato allo stereotipo di una visione dell’Africa tribale ed etnica, da cui si prelevavano materiali o elementi   iconografici per poi impiegarli su modelli must-have delle grandi case di moda.

Se anni fa twitter lanciava la campagna #theafricathemedianevershows, con lo scopo di far emergere la creatività e le eccellenze del continente, queste oggi non sono (quasi) più nascoste.

Questa svolta è, difatti, in crescente aumento e si focalizza su un rinnovato interesse che sposta il suo focus sull’artigianalità africana in grado di fondersi con l’estetica e il know how del made in Italy.

La sostenibilità è anche uno degli obiettivi della strategia di CNMI – Camera Nazionale della Moda Italiana impegnata dal 2010 a ripensare il futuro della moda e delle sue conseguenze sul pianeta: nel 2011 istituisce il Tavolo di Lavoro sulla Sostenibilità e nel 2012 redige il Manifesto della sostenibilità per la moda italiana; e ancora gruppi di lavoro quali Commissione Tecnica Chemicals, Commissione Tecnica Retail, Tavolo dei Laboratori di Analisi Chimiche. Una delle ultime iniziative di CNMI è il Green Carpet Fashion Awards Italia – quest’anno alla sua terza edizione svoltasi durante la Milano Fashion Week Donna (Settembre 2019) – evento che mira a celebrare i traguardi raggiunti in materia di sostenibilità delle case di moda e del lusso pur preservando l’eredità e l’originalità dei prodotti delle piccole e grandi aziende.

Sempre nella cornice della MFW19 Donna fa capolino l’alta manifattura del Burkina Faso che emerge attraverso un noto brand di calzature italiano, che presenta una capsule collection suggello dell’unione fra Italia e Burkina Faso. Il paese Sub-Sahariano è difatti uno fra i maggiori produttori dell’“oro bianco” (il cotone) e non è solo questo l’aspetto che lo legittima come polo a cui guarda la fashion industry.

Alla materia prima si aggiunge una notevole capacità artigianale nella realizzazione dei tessuti mediante un processo di lavoro a telaio che ha dato vita all’ormai noto Faso Dan Fani:un tessuto rigato o a check, già apprezzato per le sue qualità da diversi designer internazionali ––– oltre alla sua connotazione politica come simbolo nazionale di emancipazione dal colonialismo a partire dal 1983 con l’elezione di Thomas Sankara che ha promosso il lavoro delle donne, quindi la produzione dei tessuti locali, favorendo l’incremento delle cooperative tessili nel paese. Alla fine del 2017, il tessuto è divenuto abito obbligatorio per tutte le cerimonie ufficiali dello stato.

La linea di calzature presentata da Casadei unisce il lavoro a telaio delle donne burkinabè e il know how del brand che ha saputo esaltare le sue linee, che da sempre caratterizzano l’estetica e la riconoscibilità italiana, con il virtuosismo della tessitura, delle trame e dei colori africani. Il risultato di questa partnership va oltre lo stereotipo del “tribale e etnico” di cui sopra, poiché ha comportato un notevole lavoro di textile design applicato alla calzatura andando oltre la più comune stampa wax; la capsule presenta modelli che incarnano un’estetica nuova e non ovvia, che riprendono sì i binomi cromatici caratteristici dei tessuti africani ma declinandoli in forme e stili mediante un nuovo approccio che guarda in un senso più ampio alla tradizione della moda burkinabè.

L’impatto dell’unione delle due eccellenze si configura quale ulteriore vetrina volta a diffondere le qualità dell’artigianato e della produzione del Burkina Faso nei mercati occidentali, nonché un’occasione in più per invogliare altri fashion brand a guardare al “paese degli uomini integri” come un altro perno su cui porre le basi per future idee e collaborazioni, catalizzando nuove fonti di investimenti che mirino a raffinare i processi manifatturieri.

La collaborazione fra il brand italiano e il Burkina Faso si colloca nella neonata tendenza motrice della “moda etica” sul fronte Italia-Burkina Faso e rientra in uno dei progetti che fanno capo agli obiettivi dell’EFI – Ethical Fashion Initiative, un progetto dell’agenzia delle Nazioni Unite International Trade Center.

L’EFI, che nasce nel 2009 da un’idea di Simone Cipriani, UN Officer, ha iniziato un ambizioso programma di sviluppo sulla connessione fra l’artigianato locale e la filiera della moda estendendo negli anni il progetto ad altri paesi del continente fra cui il Burkina Faso. Su quest’ultimo l’EFI ha infatti implementato, e punta tuttora ad accrescere, la sua forte tradizione quale produttore nel settore tessile, un processo ad alta intensità di lavoro che coinvolge principalmente la comunità femminile.

La manifattura burkinabè, con la sua riconoscibilità tecnica e qualitativa, oltre che allinearsi ai criteri di sostenibilità e eticità perseguiti dalla filiera del fashion globale si sta via via imponendo come “nuovo” immaginario formale, ricostruendo e dando vita a nuove trame visive.


Yves Michel Kondombo

Founder SIEL – Sustainable Ethical Fashion label that use organic fabrics and Vegetal Dyings) Business Development Manager IABW – Italia Africa Business Week International Development Cooperation CDP, Roma